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Archives for Imprese

Un uomo e una donna d'affari si danno il cinque

Società semplice: una forma societaria “snella” da riscoprire

Di facile gestione, senza tenuta di libri contabili o bilanci, si presenta come particolarmente idonea per gli studi professionali in forma associata. Può fungere anche da cassaforte per la tutela dei patrimoni familiari. 

È il tipo societario più duttile, la cui gestione prevede pochissimi obblighi (quelli fiscali), niente libri contabili e stesura di bilanci e, da non sottovalutare in questo periodo incerto, non soggetto a fallimento. Fino al 1995 non richiedeva neppure l’iscrizione al Registro delle Imprese.

Stiamo parlando della società semplice, regolata dagli articoli del Codice Civile dal 2251 al 2290.

Attenzione, però: la società semplice non può essere applicata ad attività commerciali.

Si presenta invece appropriata per le attività agricole e per l’esercizio di professioni intellettuali in forma societaria, cioè per gli studi associati (di avvocati, architetti, revisori contabili).

Il Consiglio nazionale del Notariato nel 2016 ha sancito anche la legittimità di società semplici (cosiddette “casseforti”) il cui oggetto è la fruizione di beni immobili e immobili. Soluzione che viene adottata da molte famiglie che intendono tutelare, “blindare”il proprio patrimonio, pur continuando a goderne. 

Come si costituisce una società semplice

Per dare vita a una società semplice bastano tre passaggi:

  • la stesura di un atto notarile o di una scrittura privata autenticata;
  • l’iscrizione al Registro delle Imprese;
  • l’apertura di un conto corrente intestato alla società.

L’atto notarile e la scrittura privata, contenenti i patti sociali, non sono obbligatori: la società potrebbe essere costituita anche solo tramite un accordo verbale (società semplice di fatto). 

È chiaro che l’assenza di un documento potrebbe diventare un problema in caso di comportamenti di un socio non conformi all’accordo.

La scrittura diventa però obbligatoria quando alla società vengano conferiti beni immobili o diritti reali mobiliari. 

All’atto costitutivo i soci si impegnano ai conferimenti concordati per formare il capitale sociale.

I conferimenti possono consistere in:

  • denaro;
  • crediti;
  • beni mobili o immobili;
  • attività lavorativa in favore della società (socio d’opera).

Come si amministra una società semplice

Nella società semplice ogni socio è amministratore, in modo disgiunto dagli altri.

Si parla in questo caso di amministrazione disgiuntiva, il cui significato è che ogni socio può agire, in relazione all’oggetto sociale, in modo autonomo dagli altri, senza chiederne l’assenso e senza informarli.

Se da un lato ciò favorisce la rapidità nelle decisioni, dall’altro potrebbe consentire a un socio di compiere atti svantaggiosi per la società all’insaputa degli altri.

Per questo all’atto costitutivo si può optare per l’amministrazione congiuntiva, nella quale le decisioni devono essere prese o all’unanimità o a maggioranza.

E’ anche possibile assegnare il ruolo di amministratori soltanto ad alcuni soci. 

Passando agli atti amministrativi, è previsto un rendiconto annuale, approvando il quale ogno socio acquista il diritto di partecipare agli utili. 

Non occorre un’apposita delibera assembleare. 

Gli utili vengono ripartiti in base ai patti sociali iniziali. 

Se questi non vi accennano, il Codice Civile prevede che gli utili (o le perdite) siano proporzionali ai conferimenti eseguiti da ogni socio alla costituzione della società. 

I diritti e i doveri dei soci

In modo sintetico si può dire che ogni socio ha il diritto di:

  • partecipare alla gestione della società;
  • votare in caso di amministrazione congiuntiva;
  • ricevere una quota degli utili.

Il socio ha l’obbligo di conferire parte del capitale sociale e il divieto di utilizzare i beni sociali per scopi estranei alla società stessa. 

Gli obblighi fiscali

La società semplice è un soggetto autonomo rispetto ai singoli soci, per cui va definito il reddito d’esercizio con una apposita dichiarazione dei redditi.

Le società semplici non producono redditi d’impresa ma redditi di lavoro autonomo, fondiari e di capitali.

Lo scioglimento

La società semplice si scioglie:

  • quando è stato raggiunto il termine di durata deciso in fase di costituzione;
  • quando lo scopo sociale è stato conseguito o risulta impossibile conseguirlo;
  • quando i soci decidono lo scioglimento all’unanimità;
  • quando si registra l’assenza della maggior parte dei soci per più di sei mesi.

La società semplice a tutela del patrimonio

In un momento di grave incertezza economica come quello che stiamo vivendo, la tutela dei patrimoni familiari può assumere caratteri di urgenza.

La società semplice è lo strumento ideale, che consente una forma di godimento del patrimonio, nello stesso tempo proteggendolo con patti sociali ad hoc. 

La società semplice, infatti, ha un patrimonio proprio, distinto da quello dei soci. 

Quindi i beni della società non possono essere intaccati da eventuali creditori dei singoli soci. Le quote sociali sono insequestrabili e impignorabili. 

Una forma societaria “smart” da considerare 

La società semplice, come abbiamo visto, risponde a quei requisiti di snellezza e duttilità di cui spesso si è alla ricerca in campo amministrativo e gestionale. 

Volendo riassumerne i vantaggi, potremmo evidenziare:

  • la possibilità di stilare patti sociali in linea con le esigenze dei soci;
  • i costi di gestione irrisori;
  • la protezione delle quote sociali da pignoramenti o sequestri o dai creditori dei soci;  
  • l’assenza di tenuta di scritture contabili o di stesure di bilancio. 

Se sei un professionista che vuole avviare un’attività con dei soci, puoi trovare in questo articolo utili spunti.

Il nostro studio di commercialisti in Gallarate saprà consigliarti durante la definizione dei patti sociali e all’atto costitutivo. 

Se la tua famiglia detiene un patrimonio fra immobili e beni mobili e desideri blindarlo, salvandolo da pericoli di erosione, la società semplice può essere la “cassaforte” adatta, che ti consente comunque di fruire del patrimonio stesso.

Anche in questo caso puoi contare sulla nostra competenza ed esperienza.

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Una clessidra segna il passare del tempo

Covid e bilanci d’esercizio: più tempo per ricostituire i capitali sociali

La Legge di Bilancio 2021 concede alla società cinque anni per la copertura delle perdite più gravi, causate dalla pandemia, sospendendo le disposizioni più restrittive del Codice Civile. Agli amministratori resta il dovere di affrontare al più presto le criticità, per assicurare la continuità aziendale.

L’emergenza sanitaria che ha caratterizzato tutto il 2020 (e che purtroppo prosegue nel 2021) ha inciso pesantemente sulla vita delle aziende, su produttività e fatturati. E i bilanci d’esercizio in via di approvazione (entro il 30 aprile 2021 per le società di capitali con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare oppure entro il 29 giugno 2021 per le società tenute alla redazione del bilancio consolidato) rischiano di registrare perdite preoccupanti.

È per questo che, tra le misure adottate dalla Legge di Bilancio 2021 per sostenere le imprese (leggi “Le principali novità fiscali della Legge di Bilancio 2021” nel nostro blog), sono compresi alcuni provvedimenti (all’art. 1, comma 266) relativi all’approvazione dei bilanci d’esercizio e che prevedono la disapplicazione delle procedure dettate dal Codice Civile nel caso di perdite che incidano gravemente sul capitale sociale. 

Da un anno a cinque il periodo concesso per coprire le perdite

Scopo del bilancio d’esercizio è quello di rappresentare, in modo veritiero e trasparente, la situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa, sia in qualità di strumento di comunicazione al “pubblico” (azionisti, fornitori, clienti) sia come fondamento per la programmazione delle attività volte alla continuità e alla crescita aziendali.

Per questi motivi il Codice Civile ne stabilisce le regole e, in particolare, definisce le azioni da intraprendere in caso di erosione del capitale sociale al di sotto del terzo (art. 2446) e sotto il minimo legale (art. 2447).

Per entrambe le situazioni la norma prevede che gli amministratori convochino subito i soci. In caso di erosione sotto il terzo, alla società è concesso un anno per ripristinare il capitale eroso; in caso di contrazione al di sotto del minimo legale, è necessario ricostituire subito il capitale sociale, pena lo scioglimento della società e la sua messa in liquidazione.

È evidente che, dopo un anno “nero” come il 2020, potrebbero essere purtroppo numerose le aziende interessate dagli artt. 2446 e 2227.

Per questo motivo la Legge di Bilancio 2021 ha ampliato le tempistiche concesse per il recupero del capitale.

Infatti in relazione ai bilanci chiusi al 31 dicembre 2020, viene sospesa l’applicazione degli articoli 2446 e 2447 del Codice Civile e si dispone che le perdite potranno essere coperte in 5 anni, cioè entro l’approvazione del bilancio 2025, tramite gli utili degli esercizi successivi o tramite futuri aumenti di capitale.  

Considerazioni e dubbi

In merito alle disposizioni della Legge di Bilancio 2021 relative all’erosione dei capitali sociali nell’anno del Covid, sono da registrare alcune perplessità, espresse da fonti autorevoli.

Non è chiaro, ad esempio, se il rinvio di cinque anni valga solo per le perdite del 2020 o anche per quelle degli esercizi successivi. Il rischio potrebbe essere un incentivo per le imprese a far comparire nel 2020 la maggior perdita possibile, distorcendo la veridicità del bilancio.

Inoltre, sarà possibile, in via facoltativa, decidere, prima della fine del quinquennio, di ricapitalizzare o liquidare o potrebbe subentrare una specie di diritto di “stop” a cui potrebbero ricorrere soci contrari all’anticipata ricapitalizzazione o liquidazione?

Un altro spunto di riflessione deriva dall’entrata in vigore, il prossimo settembre 2021, del nuovo Codice della Crisi e dell’Insolvenza, che prevede alcune procedure di allerta a fronte di criticità finanziarie in un’azienda. 

Le società che ricorreranno alla sospensione della copertura delle perdite in base alla Legge di Bilancio 2021, potrebbero a settembre, salvo ulteriori proroghe della normativa,  ritrovarsi ad avere i requisiti per far scattare gli allarmi previsti.

Un serio campanello d’allarme per la continuità aziendale

Il respiro concesso dalla legge alle aziende danneggiate pesantemente dall’emergenza sanitaria non deve esimere gli amministratori da un’analisi immediata delle cause e soprattutto delle prospettive future.

Un’analisi in cui è consigliabile essere affiancati da un esperto, che abbia una visione più generale della situazione economica e che soprattutto sia in grado di interpretare in ogni suo risvolto una normativa in continua evoluzione.

Il nostro Studio di commercialisti in Gallarate può aiutare gli organi societari delle imprese in difficoltà a porsi le giuste domande per valutare le reali possibilità di continuità dell’attività aziendale.

Eccone alcune fra le tante.

Il modello di business finora applicato conserva la sua validità anche nel panorama completamente stravolto dalla pandemia?

Il conto economico è tale da poter assicurare, in prospettiva, ancora redditività?

Entro quando sarà possibile far fronte con regolarità agli impegni finanziari assunti? 

Rispondendo basandosi su dati oggettivi, la società potrà decidere consapevolmente del proprio futuro. 

La nostra consulenza partirà dalla corretta redazione del bilancio in modo da fruire della dilazione dei tempi per il ripristino del capitale eroso, passerà ad analizzare la situazione societaria, il mercato di riferimento, gli impegni finanziari e gli investimenti necessari, per contribuire ad approdare alla ridefinizione di soluzioni e strategie per garantire la continuità d’impresa.

 

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Un ragazzo osserva la luce, fonte d'ispirazione

Il credito d’imposta 2020 per la ricerca e l’innovazione

L’agevolazione fiscale è riservata alle imprese che investono nell’acquisizione di nuove conoscenze, nella realizzazione di nuovi prodotti, nell’innovazione tecnologica. Spazio anche al design e all’ideazione estetica. Il bonus per Ricerca e Sviluppo sta inoltre per essere prorogato e incrementato.

Investire nella Ricerca e Sviluppo e nell’innovazione è l’indicazione che da tempo il Mise rivolge al mondo imprenditoriale italiano, come unica strada percorribile per mantenere la competitività nel mercato globale.

Strumenti a supporto di tale indicazione sono previsti dal Decreto Mise del 26 maggio 2020 contenente “Disposizioni applicative per nuovo credito d’imposta, per attività di ricerca e sviluppo, di innovazione tecnologica e di design”, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale n. 182 del 21 luglio.

Si tratta di agevolazioni fiscali che variano dal 6% al 12%, con tetti massimi da 1,5 a 3 milioni di euro, a seconda della tipologia di attività. 

I bonus sono riservati ad attività svolte nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019, con l’eccezione delle attività di design e ideazione estetica, che possono essere ammesse anche se avviate in periodi d’imposta precedenti.

Questo è però un quadro che si appresta a mutare, come vedremo poi, con la Legge di Bilancio 2021 in preparazione. 

Bonus al 12% per la ricerca e lo sviluppo

Possono fruire di un credito d’imposta del 12%, con un tetto massimo di 3 milioni di euro, le “attività di ricerca fondamentale, di ricerca industriale e sviluppo sperimentale in campo scientifico o tecnologico”, riprendendo la definizione del comma 200 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2020.

Il Decreto del 26 maggio 2020 specifica tali attività basandosi sulle linee guida per le rilevazioni statistiche nazionali delle spese per Ricerca e Sviluppo elaborate dall’Ocse nel Manuale di Frascati, edizione 2015. 

Ricerca fondamentale: l’acquisizione di nuove conoscenze

Sono da considerare attività di ricerca fondamentale, come detta il Decreto all’art. 2, “i lavori sperimentali o teorici finalizzati all’acquisizione di nuove conoscenze in campo scientifico o tecnologico, attraverso l’analisi delle proprietà e delle strutture dei fenomeni fisici e naturali, senza necessariamente considerare un utilizzo o un’applicazione particolare a breve termine delle nuove conoscenze acquisite da parte dell’impresa”.

Il risultato di queste attività sono schemi e diagrammi interpretativi delle informazioni emerse dalla ricerca. 

Ricerca industriale: la soluzione di problemi scientifici o tecnologici

Il Decreto Mise definisce le attività di ricerca industriale come “lavori originali intrapresi al fine di individuare le possibili utilizzazioni o applicazioni delle nuove conoscenze derivanti da un’attività di ricerca fondamentale al fine di risolvere problemi di carattere scientifico o tecnologico”.

Tali attività devono produrre un modello di prova per la verifica sperimentale delle ipotesi di partenza e per rappresentare gli sviluppi concreti della ricerca, anche senza una raffigurazione del possibile prodotto o processo finale. 

Sviluppo sperimentale: la realizzazione di nuovi prodotti o processi

Come attività di sviluppo sperimentale il Decreto Mise Ricerca e Sviluppo 2020 individua “i lavori sistematici svolti allo scopo di acquisire ulteriori conoscenze e raccogliere le informazioni tecniche necessarie per la realizzazione di nuovi prodotti o nuovi processi di produzione o in funzione del miglioramento significativo di prodotti o processi già esistenti”.   Miglioramento che deve avere carattere di novità.

Le attività di sviluppo sperimentale si concludono con la realizzazione di prototipi o impianti pilota. 

L’innovazione tecnologica per il miglioramento della produzione

Nel caso di attività per l’innovazione tecnologica è previsto un bonus del 6% con un tetto massimo di 1,5 milioni di spesa.

Come innovazione tecnologica il Decreto del 26 maggio 2020 intende la realizzazione di prodotti o processi produttivi nuovi o migliorati in modo significativo per quel che riguarda, ad esempio, le prestazioni, l’eco-compatibilità o l’ergonomia, o per altre caratteristiche proprie del settore.

Prodotti nuovi o significativamente migliorati vengono considerati i beni o servizi che si differenziano da quanto realizzato in precedenza dall’impresa per:

  • caratteristiche tecniche;
  • novità dei componenti o dei materiali;
  • originalità del software incorporato;
  • facilità d’impiego o semplificazione della procedura di utilizzo;
  • maggiore flessibilità e funzionalità.

I processi produttivi, innovativi o migliorati, ammissibili al credito d’imposta innovazione tecnologica sono metodi di produzione, di distribuzione e logistica di beni o servizi che comportano cambiamenti:

  • nelle tecnologie adottate;
  • negli impianti, macchinari e attrezzature;
  • nel software utilizzato; 
  • nell’efficienza delle risorse impiegate;
  • nell’affidabilità e sicurezza per i soggetti coinvolti.

In generale la classificazione delle attività di innovazione tecnologica ammissibili al credito d’imposta si attiene alle linee elaborate dall’OCSE (Manuale di Oslo, 2018).

Il credito d’imposta sale al 10%, sempre con un tetto massimo di 1,5 milioni, per interventi innovativi che abbiano obiettivi di transizione ecologica (economia circolare, recupero materie prime, rigenerazione di prodotti) o di innovazione digitale 4.0 (integrazione fra IT e operations, manutenzione predittiva, blockchain, cybersecurity). 

Il credito d’imposta per il design e l’ideazione estetica

Per i settori tessile, moda, calzaturiero, occhialeria, orafo, mobile e arredo, ceramica è disponibile un credito d’imposta del 6% con un tetto di 1,5 milioni di euro per progetti, anche avviati in periodi d’imposta precedente a quello in corso al 31 dicembre 2019, che riguardino l’innovazione di prodotti sul piano della forma e di elementi non tecnici o funzionale (linee, contorni, colori, struttura superficiale, ornamenti).

L’innovazione può anche essere riferita a imballaggi, presentazioni, grafica e caratteri tipografici. 

Non possono fruire del credito le normali attività di rinnovo dei cataloghi se non volte a inserire rilevanti elementi di novità, come quelli indicati. 

Come accedere al credito d’imposta Ricerca e Sviluppo 2020

L’articolo 6 del Decreto 26 maggio 2020 contiene le regole per il calcolo del credito d’imposta e l’elenco della documentazione da produrre.

In sintesi, l’effettivo sostenimento delle spese ammissibili deve risultare da apposita certificazione rilasciata dal soggetto incaricato della revisione legale dei conti. 

Alle imprese non obbligate per legge alla revisione legale dei conti, è riconosciuto un aumento del credito d’imposta, per un importo non superiore a 5.000 euro, per le spese sostenute per produrre la certificazione.

Deve essere inoltre redatta una relazione tecnica con le finalità, i contenuti e i risultati dell’attività svolta e per la quale si richiede l’agevolazione fiscale.

Tale richiesta va effettuata tramite una comunicazione al Ministero dello sviluppo economico.

Il bonus è fruibile solo in compensazione in tre quote annuali dello stesso importo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello di maturazione. 

Le modifiche introdotte dal Disegno di Legge di Bilancio 2021 

Fin qui abbiamo presentato lo stato dell’arte.

In realtà, il Disegno di Legge di Bilancio 2021, approvato il 16 novembre dal Consiglio dei Ministri, introduce diverse novità per il credito d’imposta Ricerca e Sviluppo.

Innanzi tutto l’agevolazione viene prorogata fino al periodo d’imposta in corso al 31.12.2022

Inoltre:

  • aumentano per il biennio 2021/2022 le aliquote e i massimali di credito d’imposta;
  • vengono confermate sul biennio 2021/2022 aliquote maggiorate per attività di Ricerca e Sviluppo in imprese ubicate nelle regioni del Mezzogiorno;
  • diventa obbligatoria l’asseverazione della relazione tecnica.

In particolare, per le attività di Ricerca e Sviluppo il bonus sale dal 12 al 20% e il tetto massimo passa da 3 a 4 milioni.

Per l’innovazione tecnologica, l’aliquota diventa del 10%, con un massimale di 2 milioni di euro. 

L’innovazione tecnologica green passa al 15%, con il tetto massimo di 2 milioni.

Anche per design e ideazione estetica, aliquota maggiorata al 10% e massimale di 2 milioni.

Trattandosi di un disegno di legge, le modifiche non possono essere considerate definitive. 

Il nostro consiglio è ancora: valutate ogni opportunità

Come in altre occasioni, il nostro suggerimento agli imprenditori è quello di prendere in considerazione ogni occasione che possa contribuire a resistere alla crisi e puntare alla ripresa.

Il nostro studio di commercialisti in Gallarate è pronto a vagliare, con le aziende del territorio, se ci siano i presupposti per usufruire di queste specifiche agevolazioni fiscali o di altre tipologie di sostegno. 

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Nasce il Fondo Patrimonio PMI | Studio Caruggi Gallarate

Dallo Stato un aiuto alle medie imprese che investono nel proprio rilancio

Previste agevolazioni fiscali per le società che operano un aumento di capitale. Nasce il Fondo Patrimonio PMI. 

Alle Pmi che, in questo 2020 segnato dall’emergenza Covid, puntano a rilanciarsi tramite un aumento di capitale, lo Stato offre alcuni aiuti, previsti nell’articolo 26 del D.L. n.34/2020 (Decreto Rilancio), che è stato convertito in legge.

Gli aiuti si concretizzano in tre misure:

  • un credito d’imposta per i soggetti che effettuano conferimenti in denaro per il rafforzamento patrimoniale di aziende;
  • un credito d’imposta a favore delle aziende stesse che operano l’aumento di capitale;
  • l’istituzione di un Fondo Patrimonio PMI per l’acquisto di obbligazioni e titoli emessi da piccole e medie imprese.

Quali sono i requisiti necessari a un’azienda per fruire di queste agevolazioni?

  • Avere sede in Italia o essere stabilmente presente in Italia, anche se con sede nella Ue o in Paesi dello Spazio Economico Europeo.
  • Risultare iscritta nel Registro delle Imprese.
  • Aver dichiarato ricavi, nel 2019, tra i 5 e i 50 milioni di euro.
  • Aver subito, in marzo e aprile 2020, cioè il periodo della prima emergenza Covid, una diminuzione dei ricavi, rispetto allo stesso periodo del 2019, non inferiore al 33%.
  • Aver approvato e attuato, tra il 19 maggio (data di entrata in vigore del Decreto Rilancio) e il 31 dicembre 2020, un aumento di capitale a pagamento interamente versato.

Il credito d’imposta per il singolo investitore

Chi contribuisca, con un conferimento in denaro, all’aumento di capitale di un’azienda con le caratteristiche sopra elencate può fruire di un credito d’imposta equivalente al 20% della somma conferita, con un limite massimo di investimento pari a 2.000.000 di euro.

L’agevolazione fiscale è stata introdotta per incentivare i singoli risparmiatori a investire nelle aziende italiane.

Il credito d’imposta vale anche per le partecipazioni attuate tramite fondi comuni di investimento. 

La partecipazione derivante dal contributo all’aumento di capitale dovrà rimanere in essere fino al 31 dicembre 2023.

Il credito d’imposta sarà utilizzabile nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno dell’investimento e in quelle successive fino all’esaurimento e, anche in compensazione, dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione relativa al periodo di attuazione dell’investimento.

Con la dichiarazione dei redditi l’interessato dovrà presentare una certificazione della società in cui ha investito, che attesti che il conferimento non abbia superato i 2.000.000 di euro o, se superati, quale sia l’importo a cui applicare il credito d’imposta.

Se la società dovesse effettuare una distribuzione delle riserve prima del 31 dicembre 2023, il credito d’imposta decadrà e il fruitore dovrà restituire l’ammontare detratto, sommato agli interessi legali. 

I vantaggi per la società che aumenta il capitale

Il credito d’imposta previsto per la società che attua un aumento di capitale è pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, al lordo delle perdite stesse, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale eseguito tra il 19 maggio e il 31 dicembre 2020.

Anche in questo caso il credito è utilizzabile in compensazione a partire dal decimo giorno dalla presentazione della dichiarazione relativa al periodo di effettuazione dell’aumento di capitale.

Se la società dovesse distribuire le riserve prima del 1° gennaio 2024, l’agevolazione decadrebbe e scatterebbe l’obbligo di restituire la detrazione con gli interessi legali.

I benefici previsti per il singolo investitore e per le Pmi sono cumulabili fra loro e con eventuali altre misure di aiuto di cui la società abbia beneficiato in base alla Comunicazione della Commissione europea recante un “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID-19“. 

L’importo complessivo lordo delle misure di aiuto non può superare per ciascuna società l’ammontare di 800.000 euro. 

I due crediti d’imposta sono concessi fino ad esaurimento delle risorse stanziate, ossia 2 miliardi di euro.  

Come opera il Fondo Patrimonio PMI?

Sempre a sostegno delle piccole e medie imprese che abbiano attuato un aumento di capitale è stato costituito il Fondo Patrimonio Pmi, gestito da Invitalia.

Il Fondo acquista obbligazioni o titoli di debito di nuova emissione dalle società che in marzo e aprile 2020 abbiano subìto una diminuzione del fatturato di almeno il 33% e che abbiano eseguito, dopo il 19 maggio 2020, un aumento di capitale pari almeno a 250.000 euro.

Per accedere al Fondo occorrono inoltre:

  • aver dichiarato ricavi nel 2019 tra i 10 e i 50 milioni di euro;
  • un numero di dipendenti inferiore a 250;
  • non risultare, al 31 dicembre 2019, impresa in difficoltà ai sensi della normativa comunitaria.

Sono ammesse le imprese in concordato preventivo di continuità che si trovino in situazione di regolarità contributiva e fiscale all’interno di piani di rientro e rateizzazione già esistenti al 19 maggio 2020.

Il valore massimo di obbligazioni acquistabili dal Fondo Pmi per ciascuna azienda è pari al minore tra:

  •  3 volte l’ammontare dell’aumento di capitale;
  • il 12,5% dei ricavi 2019.

Il rimborso avviene al termine del sesto anno dalla sottoscrizione.

È prevista la possibilità di un rimborso anticipato dopo il terzo anno.

Gli interessi maturano e vanno corrisposti annualmente. È possibile però, con richiesta specifica, capitalizzarli e corrisponderli in un’unica soluzione alla scadenza. 

La società dovrà destinare il finanziamento ricevuto a costi del personale, investimenti o capitale circolante impiegati in attività produttive localizzate in Italia.

Il finanziamento non potrà essere utilizzato per il saldo di debiti pregressi.

È possibile accedere al Fondo Patrimonio PMI fino al 31 dicembre 2020.

Le domande sono valutate secondo l’ordine di arrivo e fino all’esaurimento dello stanziamento (4 miliardi di euro). 

Previste alcune premialità

L’art. 26 del Decreto Rilancio prevede alcune premialità per le Pmi che fruiscono del Fondo Patrimonio.

Se una società raggiunge, entro la data del rimborso, uno o più dei seguenti obiettivi, per ognuno di questi le sarà riconosciuta una riduzione del 5% del valore di rimborso.

Gli obiettivi identificati sono:

  • mantenere l’occupazione presso stabilimenti produttivi italiani;
  • attuare investimenti per la tutela ambientale per un importo pari almeno al 30% del valore dei titoli sottoscritti dal Fondo;
  • investire nelle tecnologie abilitanti del Piano Impresa 4.0 sempre per un importo non inferiore al 30% del valore dei titoli sottoscritti.

Richiedi una consulenza sugli aiuti alle imprese 

In questo difficile periodo per il mondo produttivo e per tutto il sistema Paese, è importante che i titolari d’impresa valutino ogni opportunità offerta dal legislatore.

Non tutte le misure sono la soluzione adatta. L’aumento di capitale potrebbe non essere sempre fattibile.

Va anche aggiunto che le stringenti condizioni di accesso ai crediti d’imposta previsti, come anche il divieto di distribuzione delle riserve fino alla fine del 2023, sono elementi che limitano la portata del vantaggio che potrebbe derivare dalle agevolazioni previste nell’art. 26 del Decreto Rilancio

Mancando poi il provvedimento attuativo dell’Agenzia delle Entrate, il timore è che, come per il Fondo Patrimonio delle Pmi, si stabilisca di valutare le istanze di adesione in ordine di arrivo, cioè con la formula del “click day”.

Occorre quindi considerare con attenzione i diversi aiuti messi in campo dal Governo e scegliere in base alle proprie vicende e ai propri bisogni.

Per questa attività di cernita il nostro Studio di commercialisti in Gallarate mette a disposizione la propria competenza ed esperienza.

 

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Un consulente è un po' come uno giocatore di scacchi, uno stratega - studio caruggi gallarate

Il commercialista come consulente chiave dell’azienda

L’attività di assistenza fiscale è destinata a ridursi ma, per la professione, si stanno aprendo nuove e stimolanti prospettive. Ciò che conta è mettersi in gioco e confrontarsi con l’innovazione e i nuovi bisogni delle imprese. 

È avviata già da tempo, all’interno delle associazioni di categoria dei commercialisti, una riflessione sul ruolo che la figura del commercialista dovrebbe avere oggi a fianco delle imprese, in una realtà economica complessa e carica di incognite come l’attuale.

Se in passato la complessità del sistema fiscale aveva focalizzato l’attività degli studi sull’assistenza tributaria, oggi lo Stato raccoglie i dati dei contribuenti, ai quali fornisce dichiarazioni precompilate, sostituendo il commercialista in questa funzione.

A questo si aggiunge l’attività di consulenza dei Caf.

Appare evidente che l’assistenza fiscale sta avviandosi a divenire marginale in una studio e che il futuro della professione del commercialista passa dal cambiamento, dalla differenziazione e dalla specializzazione. 

Nel futuro della professione di commercialista ci sono nuove opportunità - studio caruggi gallarateLe nuove esigenze delle imprese? La prima è la visione strategica

Il periodo che viviamo è altamente sfidante per il mondo imprenditoriale: la crisi generata dalla pandemia impone uno sforzo per individuare nuove linee di sviluppo e di crescita.

In questa situazione le difficoltà maggiori le incontrano le Pmi, soprattutto quelle che non hanno avviato per tempo percorsi di innovazione tecnologica e gestionale.

I grandi temi con cui gli imprenditori sono chiamati a confrontarsi oggi sono la digitalizzazione e la capacità di elaborare strategie di medio-lungo termine, che facciano dell’innovazione e della sostenibilità le parole d’ordine.

Come può inserirsi il commercialista in questi trend e assicurare alla propria professionalità delle prospettive future?

Sicuramente non limitandosi a fornire una consulenza ferma all’ambito fiscale e, tutt’al più, bancario.

Al centro dell’interesse del commercialista devono esserci oggi l’azienda e la sua gestione, l’utilizzo consapevole dei dati provenienti dalla digitalizzazione, le strategie di investimento, di internazionalizzazione, il reperimento di strumenti di finanza agevolata.

Il focus deve passare dalle rilevazioni puramente contabili alla valutazione del valore economico aziendale, dalla verifica degli adempimenti fiscali alla definizione degli obiettivi e della loro sostenibilità finanziaria.

Il commercialista, per riuscire ad assumersi questo nuovo ruolo, ha già dalla sua la trasversalità delle competenze e uno sguardo generale su diverse realtà d’impresa, elementi che possono trasformarlo in un consulente strategico, se non addirittura nel “consulente” per eccellenza, a cui affidare anche il coordinamento degli altri specialisti necessari all’azienda.

In effetti le recenti norme sugli assetti organizzativi e sulla crisi d’impresa, o ancora, per fare un esempio, le opportunità di Industria 4.0, sottolineano come l’imprenditore necessiti di avere al proprio fianco una figura di professionista che gli garantisca la conformità alle normative, che lo aiuti a fruire delle agevolazioni disponibili per investire e crescere, individuando tutti gli strumenti utili per ampliarsi. 

Non necessariamente tutte queste esigenze dovranno essere soddisfatte dalla consulenza del solo commercialista. 

Sicuramente il commercialista dovrà essere in grado di integrare le proprie competenze con l’apporto di altri professionisti (consulenti del lavoro, avvocati, esperti di igiene e sicurezza, privacy e Gdpr, assicuratori), coordinandone il contributo. 

Il commercialista del futuro deve mettersi in gioco e confrontarsi con l’innovazione e i nuovi bisogni delle imprese - studio caruggi gallarate 

Il commercialista del futuro è esperto in più materie e a proprio agio con la tecnologia digitale  

E’ evidente che, per poter divenire una figura chiave per le società clienti, il commercialista, se non lo avesse ancora fatto, deve investire in formazione, coinvolgendo tutti i collaboratori dello studio, ai quali dovranno essere proposte nuove metodologie e strumenti di analisi e gestione di situazioni e problematiche. 

Pensiamo solo all’integrazione tra i gestionali dello studio e quelli dei clienti, che consentono di avere il polso della situazione in tempo reale e di reagire rapidamente in caso di difficoltà. 

Va detto che l’esperienza della pandemia, con il conseguente smart working e il passaggio di ogni relazione alla dimensione digitale ha sicuramente contribuito a far compiere un salto di qualità al processo di innovazione della categoria. 

Le modalità di lavoro introdotte per necessità,  quasi sicuramente, al di là dell’andamento dell’emergenza sanitaria, diverranno funzionalità acquisite, da affiancare al tradizionale rapporto personale vis à vis. 

Tornando al ruolo del commercialista, una ricerca condotta dal network di professionisti consulentiaziendaliditalia.it suggerisce alcuni passi per trasformarlo nella consulenza-chiave per un’azienda. 

Il primo è “fornire servizi ad alto valore aggiunto”.

Fra questi viene citato il “tutoraggio aziendale”, un “cruscotto di controllo” da cui vegliare su tutti i settori dell’azienda.

Cruscotto nelle mani dell’imprenditore con, al suo fianco, il commercialista. 

Al di là delle tecnologie che si vogliano adottare per la creazione di questo “cruscotto”, l’idea di una postazione di verifica dell’andamento aziendale potrebbe essere fra le proposte innovative di uno studio. 

Crediamo nell’innovazione, nella formazione e nella diversificazione delle competenze 

Il nostro studio ha ormai da tempo intrapreso un percorso che prevede una costante attenzione all’evolversi delle tecnologie digitali, un’attività stabile di aggiornamento professionale e l’acquisizione di competenze diversificate per poter rispondere a tutte le richieste di grandi imprese e Pmi. 

Siamo convinti che la nostra professione avrà un futuro nella misura in cui saprà modellarsi sui cambiamenti del mondo economico e produttivo, in modo da essere sempre in grado di sostenerne la crescita.

 

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smart working studio commercialisti | studio caruggi gallarate

Lo studio del commercialista in smart working: la consulenza da remoto funziona?

Durante il lockdown anche i professionisti hanno lavorato da casa. L’esperienza ha dato vita a una serie di riflessioni che mettono sulla bilancia, da un lato l’efficacia (e i bassi costi) dello smart working e, dall’altro, l’esigenza di conservare il rapporto personale di fiducia tra professionista e dipendenti e tra professionista e clienti.

Nei mesi scorsi la chiusura di aziende e uffici causata dal lockdown ha imposto la necessità di organizzare velocemente nuove modalità di lavoro da casa.

Il proseguire dell’emergenza e le cautele tuttora in vigore favoriscono la continuazione, per molte imprese, di quello che è stato definito, per semplicità ma un po’ impropriamente, smart working.

In realtà lo smart working, o lavoro agile, nella sua definizione originaria prevede di lasciare al lavoratore la scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, responsabilizzando maggiormente per quanto riguarda il raggiungimento dei risultati. 

Quello che si è visto in questo mesi andrebbe denominato telelavoro.

Il lavoro da remoto ha riguardato anche gli studi professionali, compreso il nostro, anche se, per il settore, lo smart working non sia una realtà inedita. 

Da un’indagine dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano, è emerso che già prima della pandemia il 51% degli studi di commercialisti permetteva ai dipendenti il lavoro fuori dall’ufficio tramite il collegamento al gestionale.

L’emergenza sanitaria ha fatto esplodere questa modalità di lavoro, essendo l’unica che consentisse di non chiudere e di non abbandonare i clienti.

Dallo smart working una spinta verso l’innovazione

Costretti a spostare l’ufficio nelle case dei dipendenti, gli studi hanno dovuto fare i conti con il livello di aggiornamento dei propri strumenti digitali e con le competenze digitali dei dipendenti stessi, ma non solo.

La necessità di aggiornare e condividere documenti in cloud ha acuito l’esigenza di potenziare gli strumenti di cybersicurezza, tenuto conto della particolare delicatezza della documentazione che transita negli studi dei commercialisti.

Tutto ciò ha comportato spesso investimenti finanziari per acquisire funzionalità che difficilmente verranno accantonate quando si potrà tornare a lavorare liberamente in presenza.

Insomma, lo smart working ha dato una vigorosa spinta all’innovazione digitale.

Il vero fulcro della questione non è però solo di natura tecnologica.

Riguarda invece il rapporto tra datore di lavoro e dipendenti e tra lo studio e i suoi clienti.

Lo spiega chiaramente Claudio Rorato, dell’Osservatorio del Politecnico, a Il Giornale delle Pmi: “L’emergenza Covid-19 ha messo alla prova, come uno stress test, la capacità degli studi in termini di continuità, trasparenza ed efficienza delle attività e dei servizi offerti ai clienti. Aggiungere nuove tecnologie non basta per essere efficienti, occorrono nuovi modelli organizzativi”.

Lo smart working richiede un cambio di prospettiva

Il primo cambiamento richiesto, a un’azienda o a uno studio professionale, per applicare lo smart working in modo efficace è impare a valutare la produttività non in termini di ore ma di obiettivi raggiunti.

È l’assenza, specie nei primi tempi del lockdown, di questa corretta prospettiva che ha portato molti lavoratori a rimanere inchiodati davanti al pc per almeno 8 ore, con l’ansia di perdere qualche mail o call e finire per sembrare quelli che a casa non lavorano.

Del resto in molti datori di lavoro i dubbi sulla produttività di un impiegato che lavora dal salotto di casa ci sono.

Ma se, tornando al caso del commercialista, si iniziasse a valutare la produttività non in ore ma in numero di pratiche concluse, ci si ritroverebbe tra le mani un valido strumento di valutazione del rendimento del dipendente (perché stare in ufficio non equivale a essere efficienti).

Come emerge dallo studio del Politecnico, con il lavoro agile migliorano la produttività, il livello di autonomia, l’efficacia del lavoro e la gestione delle urgenze.

Perché ciò avvenga occorrono sempre incontri periodici di valutazione, fatti vis à vis (o in videochiamata), per confrontare tempi e risultati e ridisegnare gli obiettivi.

Questo non solo ai fini del controllo del rendimento ma anche perché il dipendente non si senta isolato, non perda di motivazione e non smarrisca il senso di appartenenza allo studio.

Detto tutto ciò, c’è chi fa notare anche che lo smart working comporta una notevole riduzione dei costi per la proprietà: le spese per affitti, utenze e attrezzature diminuiscono.

Varrebbe allora la pena trasformarsi in commercialisti telematici?

In questi mesi sono aumentate le ricerche sul web di commercialisti online, dovute certo al lockdown

Ma potrebbero indicare anche una nuova esigenza del cliente, che si è abituato a gestire banca, bollette, assicurazione… tutto da casa?

L’altra faccia della medaglia: il valore delle relazioni

A fronte di tutta questa serie di vantaggi, rimane un’incognita: “il valore nascosto delle relazioni d’ufficio”, come l’ha definita su Il Sole 24 Ore, Lorenzo Cavalieri, esperto di Hr. 

Che prosegue: “Le dinamiche di una riunione in videoconferenza non sono le stesse di una riunione dal vivo. Quanto conta esserci o non esserci fisicamente quando desideriamo conseguire particolari obiettivi negoziali? Comunicare occhi negli o occhi o in chat è molto diverso se bisogna prendere decisioni importanti”.

Questo è il vero punto critico, che potrebbe influire anche sul benessere psicologico dei dipendenti. 

L’ufficio è un luogo di contatti, dove si può scambiare qualche chiacchiera, condividere le preoccupazioni, dare e ricevere supporto per una pratica difficile. Tutte cose che non producono lo stesso effetto se fatte a distanza, con il telefono o il pc.

La questione del contatto personale, se vogliamo, si accentua quando la si riferisce ai clienti.

Questi mesi ci hanno insegnato a offrire online gli stessi servizi per i quali prima si dava un appuntamento in studio.

Ma il cliente, pur apprezzando la comodità di seguire da casa le proprie pratiche, non sente la mancanza del confronto diretto con il proprio professionista di fiducia? 

E al professionista, quanto manca la possibilità di interpretare con i propri occhi la tensione o la sincerità o la soddisfazione del cliente?

Dal momento che l’emergenza sanitaria, per quanto attenuata, non è destinata a risolversi a breve, occorrerà individuare modalità organizzative che contemplino momenti da vivere in presenza, con tutte le dovute misure di sicurezza; che offrano la possibilità di incontrare personalmente un cliente, soprattutto per operazioni complesse o in situazioni di crisi.

E’ necessario dunque trovare il giusto equilibrio per permettere al lavoro agile di dare tutti i suoi frutti senza danneggiare i rapporti di fiducia e stima che caratterizzano la relazione tra commercialista e clienti.

Il nostro studio: smart e vicini al cliente

Il nostro studio ha sempre fatto della relazione diretta con il cliente il suo punto di forza.

Per questo la prosecuzione del lavoro da remoto, che ci ha permesso di non interrompere i nostri servizi, è un tema su cui stiamo riflettendo in questo periodo.

Ci rendiamo conto che l’essere sempre raggiungibili in ufficio per qualsiasi evenienza, agli occhi dei clienti era uno dei nostri pregi. 

Ora il più delle volte siamo voci allo smartphone o volti su di uno schermo.

D’altro canto, il flusso di lavoro è migliorato: siamo meno dispersivi, più concentrati sulle singole pratiche, perché meno soggetti a interruzioni.

Stiamo quindi cercando il giusto equilibrio, per unire vicinanza personale ed efficienza, empatia e organizzazione efficace del lavoro.

Ci piacerebbe sentire anche la voce dei nostri clienti, di chi in questi mesi si è avvalso della nostra consulenza da remoto. 

Come valutate quest’esperienza? Quali le luci e quali le ombre?

 

Contattateci. Il vostro parere per noi è prezioso.

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Dispositivi medici di sicurezza, Covid-19 | Studio Caruggi Gallarate

È possibile prenotarsi per accedere ai rimborsi di Impresa Sicura

Dall’11 al 18 maggio le aziende possono inviare a Invitalia le richieste di rimborso delle spese sostenute per dotarsi dei dispositivi di protezione individuale. Attenzione: si tratta di una prenotazione. In un secondo momento Invitalia comunicherà i nomi delle imprese ammesse ai rimborsi.

Le aziende che hanno potuto rimanere aperte durante il lockdown e quelle che hanno ripreso il 4 maggio hanno dovuto dotare tutti i dipendenti dei necessari Dpi (dispositivi di protezione individuale), che molte volte non si limitano a mascherine e guanti ma comprendono tute, visiere, calzari.

Queste aziende ora hanno la possibilità di richiedere il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di tali dispositivi.

Dall’11 al 18 maggio, infatti, possono essere inviate le richieste di prenotazione per usufruire dei benefici previsti dal bando Impresa Sicura, pubblicato da Invitalia e destinato proprio a rimborsare le spese per i Dpi aziendali.

Per finanziare i rimborsi l’Inail ha messo a disposizione di Invitalia 50 milioni di euro – in attuazione dell’articolo 43, comma 1, D.L. 18/2020 (Decreto Cura Italia) – “allo scopo di sostenere la continuità, in sicurezza, dei processi produttivi”.

Il rimborso si applica alle spese sostenute tra il 17 marzo e la data di invio della domanda.

Può arrivare fino al 100% della spesa, con un limite massimo di euro 500 per lavoratore e di euro 150.000 per impresa.

L’ammissione al rimborso e la sua entità saranno commisurate al limite delle risorse finanziarie disponibili.

Chi può chiedere il rimborso

Il bando è rivolto a tutte le imprese, di qualsiasi dimensione, forma giuridica e settore economico, che, alla presentazione della domanda, abbiano i seguenti requisiti:

  • essere iscritte come “attive” al Registro delle Imprese;
  • avere sede in Italia (anche nel caso di filiale italiana di un’impresa estera);
  • non essere in liquidazione volontaria o sottoposte a procedure concorsuali con finalità liquidatoria.  

Restano esclusi dal bando i liberi professionisti e i soggetti iscritti in Camera di Commercio unicamente al REA (enti pubblici non economici, associazioni, fondazioni…).

Quali dispositivi possono essere rimborsati

I Dpi ammessi al rimborso devono avere le caratteristiche tecniche previste dalla normativa e rientrare in queste categorie:

  • mascherine filtranti, chirurgiche, FFP1,FFP2 E FFP3;
  • guanti in lattice, in vinile e in nitrile;
  • dispositivi per protezione oculare;
  • indumenti di protezione quali tute e/o camici;
  • calzari e/o sovrascarpe;
  • cuffie e/o copricapi;
  • dispositivi per la rilevazione della temperatura corporea;
  • detergenti e soluzioni disinfettanti/antisettici.

Cosa fare per accedere ai rimborsi di Impresa Sicura

L’iter per l’accesso ai rimborsi è suddiviso in tre fasi.

  • Dopo il 18 maggio Invitalia pubblicherà l’elenco delle richieste in ordine cronologico, quello delle aziende la cui richiesta è stata ammessa e quello delle prenotazioni risultate non ammissibili. La pubblicazione dell’ordine cronologico di arrivo delle richieste suggerisce che tale ordine sarà determinante al fine dell’accettazione della prenotazione.
  • Dalle ore 10 del 26 maggio 2020 alle ore 17 dell’11 giugno 2020 le imprese ammesse dovranno presentare la domanda di rimborso presso lo sportello informatico che sarà attivato sul sito di Invitalia. La domanda dovrà essere corredata delle fatture relative all’acquisto di Dpi e delle attestazioni del pagamento.

I versamenti dei rimborsi avverranno entro la fine di giugno 2020.

Per facilitare le imprese, Invitalia mette a disposizione sul suo sito una Guida per la prenotazione e un facsimile del modulo che si dovrà compilare per la domanda, in caso di accettazione della prenotazione.

Come documentare le spese

Come detto, possono essere rimborsate solo le spese sostenute dopo il 17 marzo.

Le fatture attestanti le spese, e che andranno allegate alla domanda di rimborso, dovranno essere state saldate entro la data di invio della domanda stessa (ricordiamo, inviabile tra il 26 maggio e l’11 giugno). 

Il saldo dovrà essere avvenuto tramite conti correnti intestati all’impresa e con forme di pagamento tracciabili.

Le fatture non dovranno essere inferiori a euro 500 di imponibile (non potranno essere rimborsati gli importi relativi a tasse e imposte, Iva compresa).

Relativamente alle stesse fatture, l’imprenditore non dovrà aver già fruito di altre agevolazioni.

Sono ammesse anche le fatture di acconto solo se accompagnate dalla fattura di saldo.

Un’occasione da cogliere al volo

Le aziende interessate ad accedere ai rimborsi devono immediatamente attivarsi.

Se vuoi usufruire del bando Impresa Sicura e prenotare presso Invitalia la richiesta di rimborso, chiama subito il nostro studio.

Ti aiuteremo a verificare i tuoi requisiti e ti assisteremo nella preparazione della documentazione e nell’invio.

Purtroppo non tutti i richiedenti riceveranno il rimborso.

In ogni caso, in un periodo così incerto, non si possono sprecare occasioni per ottenere liquidità, visti anche i rapidi tempi di erogazione previsti dal bando.

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lockdown fase 2 studio caruggi gallarate

Avvio della Fase 2: un vademecum per le imprese

Da lunedì 4 maggio possono ripartire alcune attività produttive. L’apertura sarà consentita solo in presenza di una serie di misure stabilite dal Dpcm del 26 aprile e dal Protocollo di sicurezza condiviso con i sindacati. Ecco cosa occorre sapere.

Con lunedì 4 maggio prende ufficialmente il via la tanto attesa “Fase 2” dell’emergenza Coronavirus, periodo in cui le norme di contenimento si allenteranno per consentire la ripresa di alcune attività industriali e commerciali e i primi spostamenti.

La permanenza di casi di contagio non permette però di abbassare la guardia e richiederà da parte di tutti i cittadini, e in particolare degli imprenditori, un atteggiamento di responsabilità.

Ai singoli e alle aziende viene innanzitutto chiesta l’applicazione delle misure contenute nel Dpcm 26 aprile 2020 (GU Serie Generale n.108 del 27-04-2020), che resteranno in vigore fino al 17 maggio, per essere poi aggiornate.

Fase 2: una ripartenza graduale

Il 4 maggio non sarà un “via libera” per tutti: potranno riprendere le aziende del manifatturiero, la cantieristica, le società di intermediazione immobiliare e il commercio all’ingrosso. Ma anche il tessile, l’automotive, l’industria estrattiva. 

Per loro è possibile, già dal 27 aprile, iniziare gli interventi necessari per riaprire in sicurezza (sanificazioni, organizzazione degli spazi per le distanze).

Il Dpcm del 26 aprile ha infatti ampliato l’elenco dei codici Ateco contenuto nel Decreto del 10 aprile.

Ecco i codici aggiunti, come riportati da Assolombarda.

Da lunedì 27 aprile hanno invece potuto già ripartire le imprese manifatturiere la cui produzione è destinata in prevalenza all’esportazione (come moda e arredo), perché, come spiega il Decreto, il prolungamento dello stop “rischierebbe di far perdere al nostro Paese quote di mercato”.

Con loro le aziende del comparto costruzioni, ma solo con i cantieri per dissesti idrogeologici, scuole, carceri ed edilizia residenziale pubblica.

Ancora presto per il commercio al dettaglio

I negozi al dettaglio, esclusi quelli già autorizzati (generi alimentari, igiene della persona, edicole, farmacie e parafarmacie, tabaccai, librerie, negozi di vestiti per bambini), resteranno chiusi almeno fino al 18 maggio

Idem per i ristoranti, la cui riapertura potrebbe arrivare solo all’inizio di giugno, anche se dal 4 maggio, oltre alle consegne a domicilio, già consentite, è autorizzato l’asporto.

Niente da fare invece fino a giugno per parrucchieri ed estetiste.

Obbligatorie le misure del Protocollo di Sicurezza

Le imprese che riaprono dovranno seguire tassativamente le indicazioni contenute nel Decreto e quelle previste dal Protocollo di Sicurezza condiviso con i sindacati. 

Il Protocollo indirizzato alle aziende per affrontare l’emergenza Covid-19 è stato siglato una prima volta lo scorso 10 marzo, allo scopo di tutelare i lavoratori delle attività ritenute indispensabili e che, quindi, non hanno potuto chiudere.

Ora è stato integrato con le misure che dovranno essere applicate dalle aziende che riaprono nella Fase 2.

La premessa fondamentale è che il mancato rispetto del Protocollo causerà una nuova chiusura dell’azienda.

Le disposizioni per proteggere chi non può lavorare in smart working

Il Protocollo innanzitutto invita le aziende a mantenere o introdurre lo smart working per tutte le mansioni che lo consentano.

Dove invece è necessaria la presenza fisica di dipendenti, il datore di lavoro dovrà garantire una serie di misure di sicurezza.

  • I dispositivi di protezione (mascherine chirurgiche) dovranno essere utilizzati in tutte le situazioni di condivisione di spazi comuni. Quando non potrà essere rispettata la distanza di un metro, dovranno essere indossati anche guanti, occhiali e tute.
  • Locali e strumenti (tastiere, mouse, macchinari) dovranno essere puliti quotidianamente e sanificati periodicamente. 

Per le spese relative alle sanificazioni sono previsti, dal Decreto Cura Italia e dal Decreto Liquidità, dei crediti d’imposta, che sono in attesa dei relativi decreti attuativi. Si parla comunque di un credito fiscale del 50% della spesa sostenuta fino a un massimo di 20.000 euro. 

  • Gli spazi e gli spostamenti all’interno dell’azienda dovranno essere organizzati in modo da rispettare la distanza di un metro e da evitare il formarsi di gruppi di persone. A tal fine dovranno essere previsti orari scaglionati per l’ingresso e l’uscita e per l’utilizzo delle mense.
  • Dovrà essere eseguito il lavaggio frequente delle mani. L’azienda dovrà quindi mettere a disposizione quantità abbondanti di detergente. Il suggerimento è di produrre in proprio il liquido detergente seguendo le indicazioni dell’Oms.
  • Non sono consentite le riunioni in presenza. Se inevitabili, dovranno svolgersi in ambienti spaziosi, aerati, con le adeguate distanze tra i partecipanti.
  • Il datore di lavoro è responsabile anche del rispetto delle regole da parte di imprese terze che accedano ai locali dell’impresa.

I dipendenti potranno essere sottoposti al controllo della temperatura. Se questa dovesse superare i 37,5° non potranno entrare in ditta e dovranno contattare il proprio medico curante.

Il protocollo norma anche le modalità di accesso dei fornitori e invita a evitare l’ingresso di visitatori.

Tutte le norme comportamentali dovranno essere comunicate ai lavoratori e rese pubbliche, all’interno dell’azienda, anche tramite cartellonistica.

Come scegliere i dispositivi di protezione individuale (Dpi)

Prima di procedere all’acquisto di mascherine e visiere, è consigliabile consultare il sito dell’Inail, che ha pubblicato l’elenco dei dispositivi di protezione individuale (Dpi)mascherine, occhiali, visiere, semimaschere, indumenti di protezione, guanti e calzari – approvati dallo stesso Istituto, oltre a dettagliati documenti per la prevenzione e il contenimento del contagio sui luoghi di lavoro.

L’infezione da Covid-19 riconosciuta come infortunio sul lavoro

Con la Circolare n. 13 del 2020 l’Inail, rispondendo a una lettere inviata da Cgil, Cisl e Uil il 27 marzo, ha chiarito che, per l’aspetto assicurativo, le infezioni da Covid-19 vengono considerate infortuni sul lavoro. 

L’infortunio “non è necessario che sia avvenuto nell’espletamento delle mansioni tipiche disimpegnate dal lavoratore, essendo sufficiente, a tal fine, anche che lo stesso sia avvenuto durante lo svolgimento di attività strumentali o accessorie” in “occasione di lavoro”, comprendendo in tale accezione, come spiegano i sindacati, tutte le condizioni temporali, topografiche e ambientali in cui l’attività produttiva si svolge.

Per il riconoscimento dell’infortunio, vige il principio della presunzione semplice di origine professionale per tutte quelle attività che comportano il costante contatto con il pubblico (operatori sanitari, ma anche chi lavora agli sportelli o svolge attività di cassa…).

Il nostro supporto agli imprenditori in prima linea

La Fase 2 si presenta molto delicata e complessa. 

Perché il Paese la possa attraversare senza dover ricorrere a nuovi lockdown (che restano comunque pronti a scattare al primo allarme), occorre un importante sforzo collettivo, che vede gli imprenditori in prima linea. 

A loro il nostro studio vuole offrire ogni supporto sia per interpretare e attuare minuziosamente i protocolli di legge sia per riuscire a fruire delle agevolazioni fiscali in corso di definizione. 

Nelle loro mani è la sicurezza dei lavoratori e il futuro economico del Paese.

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Decreto Liquidità in azione: chi può fruirne e come funziona

Il Fondo di Garanzia Pmi e il portale Garanzia Italia stanno raccogliendo le richieste di finanziamento delle imprese in difficoltà a causa del lockdown.

E’ entrato nella fase operativa il Dl. n. 23 dell’8 aprile 2020, il cosiddetto Decreto Liquidità, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 94 dell’8 aprile 2020 ed emanato con lo scopo di aiutare le imprese italiane ad affrontare la carenza di liquidità causata dal lockdown.

Ha preso infatti il via lunedì 20 aprile la raccolta di richieste per l’erogazione di prestiti bancari fino a 25.000 euro.

Garantiti al 100% dal Fondo di Garanzia Pmi, puntano a sostenere le piccole e medie imprese che fanno i conti con la crisi economica derivata dalla pandemia.

Per questi «mini prestiti» la garanzia statale è automatica e senza valutazione del Fondo.

I numeri della prima giornata, riferiti da Ansa e Sole 24 Ore, parlano, per il primo giorno, di un “assalto” alle banche: 13mila richieste all’Mps, 8.000 presso il Banco Bpm, 5000 alla Bnl e 70.000 a Intesa Sanpaolo (che ha già erogato i primi finanziamenti).

Come si ottiene un prestito fino a 25.000 euro

E’ il Fondo per le Pmi a intervenire per fornire liquidità alle piccole-medie imprese, garantendo totalmente i finanziamenti erogati dagli istituti di credito.

Qualcuno parla di “mini prestiti” perché il finanziamento può solo arrivare fino a 25.000 euro, ma rispettando due precisi parametri:

  • la cifra erogata non può superare il 25% del fatturato annuo riferito al 2018 o al 2019 (per ottenere 25.000 euro occorre quindi un fatturato di almeno 100.000);
  • la cifra non può superare il doppio dei costi del personale dell’impresa registrati nel 2019.

Per le imprese nate dal gennaio 2019 è richiesta un’autocertificazione su fatturato e spese per i dipendenti.

Il Mediocredito Centrale, che gestisce il Fondo Pmi, ha fornito in questi giorni ulteriori precisazioni:

  • il finanziamento non può andare oltre i 72 mesi e il rimborso della quota capitale deve iniziare solo dopo 24 mesi dalla data di erogazione; 
  • sono ammissibili sia le operazioni con piano di ammortamento sia le operazioni senza piano; 
  • la richiesta di garanzia può riguardare anche operazioni di finanziamento già perfezionate dalla banca da non più di tre mesi dalla presentazione della richiesta.

Dalla richiesta all’erogazione 

Operativamente, la domanda va inoltrata tramite un modulo scaricabile dal sito fondidigaranzia.it.

Nel modulo, oltre a riportare tutti i dati relativi all’azienda, l’imprenditore deve accettare il diritto del Fondo di rivalersi su di lui in caso non rimborsi il prestito alle banche. 

Deve inoltre indicare eventuali aiuti pubblici già ricevuti e specificare le finalità per le quali richiede il prestito. 

Il modulo compilato va inviato via e-mail a una banca, allegando un documento d’identità. Non è necessario essere correntisti della banca a cui ci si rivolge.

La banca provvederà a inoltrare il modulo al Fondo di Garanzia Pmi, il quale segnalerà la presa in carico della pratica. 

A questo punto, dovrebbe essere già possibile l’erogazione, indicativamente entro 24/48 ore.

Importante: l’intera procedura non richiede di recarsi fisicamente in banca. La richiesta, l’approvazione e l’erogazione avvengono a livello telematico.

Garanzia Italia per le medie e grandi aziende

Per immettere liquidità nelle medie e grandi imprese, dal Decreto Liquidità ha preso vita lo strumento Garanzia Italia, gestito da Sace, la controllata di Cassa Depositi e Prestiti.

In un comunicato del 20 aprile, Sace ha reso noto di aver messo a punto con Abi il disciplinare per il funzionamento di Garanzia Italia.

Il punto di riferimento sarà appunto il portale “Garanzia Italia”, creato dalla stessa Sace, a cui le banche che si saranno accreditate potranno inviare le richieste degli imprenditori e ottenere le relative garanzie.

Dal 90 al 70% la garanzia di Sace

Come funziona Garanzia Italia?

Possono fruire della garanzia di Sace tutti i finanziamenti erogati dal 9 aprile al 31 dicembre 2020 da istituzioni finanziarie nazionali e internazionali e dagli altri soggetti abilitati all’esercizio del credito in Italia.

Anche le piccole e medie imprese possono richiedere la garanzia Sace solo se hanno già utilizzato la loro capacità di accesso al Fondo di garanzia Pmi.

Con Garanzia Italia però la copertura della garanzia non è del 100% ma:

  • del 90% del finanziamento, per le imprese con meno di 5.000 dipendenti in Italia e un fatturato di gruppo fino a 1,5 miliardi di euro;
  • dell’80% per le aziende con più di 5.000 dipendenti e un fatturato tra 1,5 e 5 miliardi di euro;
  • del 70% per le imprese con un fatturato superiore ai 5 miliardi di euro.

L’erogazione della cifra avverrà in un’unica soluzione su di un conto corrente dell’azienda beneficiaria, su cui dovranno transitare solo i movimenti relativi al finanziamento.

Come accedere a Garanzia Italia

Come per il Fondo Pmi, anche in questo caso la richiesta deve essere inviata dall’azienda alla banca, la quale la inoltra al portale Garanzia Italia.

Il disciplinare Sace-Abi prevede due procedure:

  • semplificata, per le aziende con un fatturato inferiore a 1,5 miliardi, con meno di 5.000 dipendenti e per prestiti fino a 375 milioni di euro;
  • ordinaria, per imprese con fatturati superiori, più di 5.000 dipendenti e per prestiti oltre i 375 milioni.

Per la procedura semplificata, la garanzia dovrebbe giungere alla banca entro 48 ore. 

I tempi saranno più lunghi per la procedura ordinaria

Le banche effettueranno comunque a loro volta un’istruttoria. 

Dal ricevimento della garanzia, avranno 30 giorni di tempo (45 in caso di procedura ordinaria) per erogare il finanziamento, comunicando l’erogazione a Sace

Passati questi termine, la garanzia decade.

Le imprese che ottengono la garanzia si impegnano a:

  • non distribuire dividendi o riacquistare azioni nel 2020;
  • gestire i livelli occupazionali tramite accordi sindacali.

Anche per Garanzia Italia, la procedura è interamente telematica. 

Non serve alcun accesso agli sportelli fisici delle banche.

Quanto puoi chiedere di finanziamento? Usa il simulatore

Sul sito www.sacesimest.it è a disposizione un simulatore che permette – inserendo i parametri economici e finanziari dell’azienda relativi al bilancio 2019 – di ottenere una prima indicazione dell’importo massimo del finanziamento richiedibile con Garanzia Italia.

Chi non può accedere a Garanzia Italia e al Fondo di garanzia Pmi

Non possono fruire dello strumento Garanzia Italia né delle garanzie del Fondo Pmi le imprese che al 31 dicembre 2019 erano classificate come “in difficoltà”.

Lo stesso vale per le aziende che, alla data del 20 febbraio 2020, presentavano esposizioni “deteriorate” presso istituti di credito.

Il nostro consiglio: approfittare delle misure del Decreto Liquidità

Lo stop o il rallentamento delle attività imprenditoriali incidono prima di tutto sulla liquidità a disposizione. 

E’ un’emergenza con cui forse la tua azienda sta già facendo i conti. 

Per questo il consiglio del nostro studio di commercialisti è quello di approfittare degli strumenti previsti dal Decreto Liquidità, anche se al momento ritieni di avere sufficiente cash flow. 

Il futuro è troppo incerto e il rischio troppo alto.

Come in tutti i frangenti di questo periodo difficile, siamo a tua disposizione per valutare con te le opportunità del Decreto Liquidità, riguardo sia al Fondo Pmi sia a Garanzia Italia. 

Ti affiancheremo nella compilazione della modulistica, nell’invio della richiesta in banca e nel controllo dei successivi passaggi.

Contattaci per qualsiasi chiarimento. Siamo fiduciosi nella ripresa, perché conosciamo il coraggio dei nostri imprenditori.

 

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cura italia coronavirus caruggi studio commercialista

Dal Decreto “Cura Italia” 25 miliardi in soccorso del tessuto produttivo

L’emergenza Coronavirus rischia di mettere in ginocchio l’economia nazionale. Il Decreto n. 18 del 17 marzo racchiude le prime misure di aiuto al mondo imprenditoriale.

Le ultime disposizioni del Governo per aiutare le imprese a fronteggiare l’emergenza Coronavirus sono contenute nel Decreto “Cura Italia” n. 18 del 17 marzo 2020, un articolato provvedimento da 25 miliardi di euro il cui testo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 70 del 17 marzo 2020.

Passiamo qui sinteticamente in rassegna alcune delle forme di sostegno previste per imprese e Pmi.

Posticipati i versamenti di ritenute, contributi e premi assicurativi e gli adempimenti tributari

L’articolo 61 del Decreto allarga a un vasto numero di attività le agevolazioni previste, nel precedente Decreto 9/2020, solo per il settore turistico-alberghiero.

Ora invece anche i gestori di palestre e centri sportivi, solo per fare alcuni esempi, di asili nido e di centri per l’assistenza ai disabili, gli organizzatori di fiere e corsi, possono fruire dello stop dei versamenti di ritenute, contributi e premi assicurativi (l’elenco completo delle attività interessate si trova al comma 2 dell’articolo 61). 

Per loro sospesi anche i versamenti Iva con scadenza marzo 2020.

Tutti i pagamenti vengono rinviati (senza applicazione di interessi) con termine ultimo 31 maggio 2020 e potranno essere effettuati in un’unica soluzione o rateizzati fino a cinque quote mensili.

Lo stop dei versamenti riguarda anche gli imprenditori, esercenti e professionisti che nel 2019 non hanno superato i 2 milioni di fatturato.

La sospensione dei versamenti Iva è comunque valida, indipendentemente dall’ammontare dei ricavi, per gli imprenditori e i professionisti con il domicilio fiscale, la sede legale o operativa nelle province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza.

Per tutti i soggetti operanti nel territorio italiano sono invece sospesi “gli adempimenti tributari diversi dai versamenti e diversi dall’effettuazione delle ritenute alla fonte e delle trattenute relative all’addizionale regionale e comunale, che scadono nel periodo compreso tra l’8 marzo 2020 e il 31 maggio 2020” (art. 62). 

Andranno effettuati entro il 30 giugno, senza applicazione di sanzioni.

Una menzione del Mise per chi non si avvale della sospensione dei versamenti

Il Decreto prevede anche un riconoscimento per chi deciderà di non avvalersi della sospensione dei versamenti e ne effettuerà uno o più. Se lo comunicherà al Ministero dell’economia e delle finanze, riceverà una menzione ufficiale.

Il sostegno finanziario alle Pmi

Per sostenere finanziariamente le Pmi italiane il Decreto “Cura Italia” istituisce un Fondo centrale, che resterà attivo per 9 mesi a partire dalla data di emissione del Decreto stesso, con lo scopo di fornire garanzie per prestiti fino a 5 milioni di euro destinati a investimenti o alla ristrutturazione di situazioni debitorie.

Per quanto riguarda le aperture di credito e i prestiti già ottenuti alla data di pubblicazione del Decreto in Gazzetta Ufficiale, questi non potranno essere revocati in nessuna misura fino al 30 settembre 2020.

I prestiti con scadenza contrattuale anteriore al 30 settembre, sono prorogati fino a tale data.

I mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale, rate o canoni di leasing che scadono prima del 30 settembre 2020 sono sospesi fino a questo termine. 

Il piano di rimborso dovrà essere dilazionato senza produrre nuovi o maggiori oneri per le due parti.

Liquidità per le imprese

Alle imprese il cui fatturato si sta contraendo a causa dell’emergenza Coronavirus, Cassa Depositi e Prestiti è autorizzata dal Decreto a concedere liquidità tramite gli istituti di credito.

Per questo Cdp ha messo a disposizione una provvista di 3 miliardi di euro, a tassi calmierati, riservata alle banche italiane partner.

Lo Stato garantirà in favore di Cassa Depositi e Prestiti fino a un massimo dell’ottanta per cento dell’esposizione.

Altre misure finanziarie

Le società che decidessero di cedere a titolo oneroso, entro il 31 dicembre 2020, crediti pecuniari vantati nei confronti di debitori inadempienti, potranno trasformare in credito d’imposta le attività per imposte anticipate riferite a tali crediti.

Agli esercenti il Decreto “Cura Italia” riconosce un credito d’imposta pari al 60 per cento del canone di locazione per il loro negozio relativo al mese di marzo (immobili rientranti nella categoria catastale C/1).

Chi può chiedere il  trattamento di integrazione salariale?

Il Decreto prevede che i datori di lavoro che sospendono o riducono l’attività lavorativa per l’emergenza Coronavirus, possano richiedere il trattamento ordinario di integrazione salariale a partire dal 23 febbraio 2020, per una durata massima di 9 settimane, e comunque entro il mese di agosto 2020.

Le aziende richiedenti sono dispensate dall’obbligo della preventiva consultazione sindacale e dal redigere la relazione tecnica normalmente prevista in questi casi; dovranno fornire solo l’elenco dei lavoratori beneficiari.

A chi spetta la cassa integrazione 2020?

Il Decreto “Cura Italia” riconosce a tutti i datori di lavoro del settore privato la cassa integrazione salariale in deroga 2020 per un periodo non superiore alle 9 settimane.

Per accedervi occorre un accordo, concluso anche telematicamente, con le organizzazioni sindacali. Non necessitano di questo accordo le richieste dei datori di lavoro che hanno massimo cinque dipendenti.

Probabilmente al Decreto del 17 marzo seguiranno altre deliberazioni volte a sostenere il mondo imprenditoriale italiano. 

Lo ha anticipato Stefano Patuanelli, ministro per lo Sviluppo economico, in un suo articolo su LinkedIn: “Nelle prossime settimane faremo due provvedimenti: uno guarda ad alcuni settori in cui dobbiamo prepararci a cogliere la ripresa delle attività. Dobbiamo pensare a un decreto crescita bis che contenga l’ecobonus al 120%, la banca pubblica degli investimenti, lo sblocco dei cantieri sul modello Genova. Poi dovremo utilizzare altre risorse per continuare il percorso iniziato con il decreto da 25 miliardi”.

Se sei un imprenditore o un commerciante della zona di Varese e vuoi capire di quali agevolazioni governative potresti fruire, contatta il nostro studio di commercialisti. 

Ti aiuteremo a individuare la soluzione più adatta alla tua azienda e ti seguiremo lungo tutto l’iter di accesso.

 

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